Il mio errore di valutazione sul COVID-19

E’ umano.
Talvolta è imperdonabile.
L’errore di valutazione si commette, e da esso si impara, si cresce, si migliora e si riformula il pensiero. E’ una buona cosa.

Il 6 marzo 2020 scrivevo un post riguardante l’ancora poco conosciuto virus COVID-19, dove simulavo una conversazione tra due persone, una molto scettica, l’altra più realista. La mia intenzione era di far capire che già nella storia ci sono stati altri “fuochi di paglia“, ovvero agenti patogeni che sembrava dovessero causare la fine del mondo, e invece si sono “limitati” ad alcune aree del globo, dove hanno provocato si delle morti, ma dove sono poi rimasti confinati e poi assimilati a malattie stagionali pre-esistenti.

Il preconcetto.
Molto spesso si parla prima di conoscere qualcosa, lo si fa con estrema leggerezza, magari con banalità, parlando per luoghi comuni, assurgendo a fatti o constatazioni di cui non si hanno prove scientifiche, e si cade in errore.
Oggi il numero più sconvolgente è 920.000. Novecentoventimila.
Novecentoventimila sono le persone morte di Coronavirus (e continuano a crescere ogni giorno), che hanno contratto patologie respiratorie acute e non ce l’hanno fatta. Mi meraviglio di come nessuno dei familiari di queste 920.000 persone mi abbia ricoperto di insulti dopo aver letto il mio precedente post. Sono grato di non essere così popolare.
Dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest, dalle Ande alle Canarie, dall’Oceania al Nord America, da Capo Nord all’Antartide, non c’è un paese al mondo che possa vantare il primato di non aver incontrato il COVID-19 almeno una volta.

Il 2020 resterà nella memoria dell’umanità, nella memoria di tutti noi che possiamo ancora parlarne. Lo racconteremo ai nostri figli, ai nostri nipoti, e alle future generazioni. Racconteremo di come il mondo si è fermato completamente per quasi 3 mesi, di come oramai non possiamo più abbracciarci, stringerci la mano, avvicinarci troppo l’un l’altro, di come siamo obbligati a portare mascherine protettive che ci impediscano di respirare l’aria altrui. Racconteremo loro della stoicità e della volontà dei tanti operatori sanitari del mondo, che sopportano ancora turni massacranti per curare e aiutare le persone affette da questo morbo che ancora conosciamo troppo poco. Racconteremo loro di come sia cambiato il modo di parlare, di conversare, di come solo grazie alla tecnologia abbiamo potuto sopportare mesi di lockdown, riuscendo a vedere e ascoltare i nostri cari dall’altra parte del mondo, o magari solamente dal palazzo di fronte. Racconteremo loro che doveva andare tutto bene, che cantavamo sui balconi, ma che tutto bene non è andato, e ancora non andrà per molto tempo. Racconteremo loro che l’immagine più simbolica e triste di questo terrificante anno è questa:

Sembra una normale parata militare… Ma in quei camion ci sono bare. Tra il Marzo e l’Aprile 2020 ci sono stati così tanti morti, che i cimiteri non sono stati in grado di accogliere tutte le salme, e la maggior parte di esse è stata trasferita in altri comuni, in altre città, per avere una degna sepoltura, lontano da tutti, lontano dagli affetti, lontano da figli, genitori, fratelli, sorelle, mariti, mogli, amici.
Nella mia mente quest’immagine vivrà per il resto della mia vita.

Vita che mi sento fortunato ad avere.
Molti affermano che, a causa di questo virus, hanno avuto il tempo di riflettere, di capire le cose importanti della vita, di cambiare totalmente modo di vedere il mondo e ciò che ci circonda. Al ritorno alla normalità tante persone hanno cambiato lavoro… Tante, invece, lo hanno perso. In 3 mesi di lockdown, molte aziende floride e in crescita, hanno fallito, oppure sono state costrette a licenziare centinaia di dipendenti per sopravvivere. Padri di famiglia, giovani promesse o lavoratrici e lavoratori di lunga data si sono trovati senza impiego da un giorno all’altro, e non hanno potuto dare la colpa a nessuno, se non alla triste sorte capitata loro. Io in questo mi sento più che fortunato: ho potuto continuare a lavorare per tutto il periodo, ho mantenuto il mio posto di lavoro e continuerò a mantenerlo, ma ripenso a tutti coloro che non hanno potuto farlo e oggi si ritrovano sul lastrico.
L’economia mondiale è a pezzi, ci sono Stati che ci metteranno anni a riprendersi dopo il tracollo finanziario che hanno subito per i blocchi dei confini, le mancate esportazioni, il mancato arrivo dei materiali di prima necessità, il turismo non più possibile o altamente ridotto…

Siamo a Settembre, e ormai tutto sembra la normalità. Fare la fila fuori ai negozi, attendendo che le persone escano e arrivi il proprio turno di entrare, è una prassi consolidata. Ricordo ancora le file chilometriche al supermercato per fare la spesa. La paura che dovessimo barricarci in casa, dovendo attendere l’intervento militare per avere i beni di prima necessità recapitati alle porte delle nostre case. Per fortuna non è stato così (anche se in Giappone è successo).
Oggi basta munirsi di mascherina, onnipresente al di fuori della propria abitazione, lavarsi frequentemente le mani con i dispenser oramai presenti dappertutto, e cercare di non creare assembramenti nei locali chiusi. Sembra facile, ma per un popolo come il nostro, abituato a fare festa, ad incontrarsi nelle piazze, a riunirsi per occasioni come compleanni, lauree, o semplicemente matrimoni e funerali, non lo è affatto.

Rimane solo una cosa da sapere: come sarà il futuro? Cosa dobbiamo fare e cosa dobbiamo aspettarci?
E’ difficile rispondere, ma una cosa è sicura: nulla sarà come prima, per molto, moltissimo tempo. Possiamo aspettare che il virus venga assimilato ad una semplice influenza stagionale, o semplicemente attendere la comparsa del vaccino per immunizzarci tutti, ma questo può metterci al riparo da questo COVID-19. Possiamo essere sicuri che non possa esserci un altro virus, magari peggiore di questo, che sta solo aspettando di venir fuori e tornare a contagiare il mondo? Possiamo permetterci il lusso di tornare a vivere come prima, limitando l’igiene a quella ordinaria e ricominciando ad avere contatti fisici senza proteggerci o premunirci? Sarà veramente dura. Nella mia mente, ogni volta che dovrò stringere la mano a qualcuno, penserò se sia davvero necessario farlo oppure se potrò farne a meno. I centri commerciali non potranno tornare ad essere superaffollati sotto Natale, non credo che sarà tollerabile.

E in tutto questo io mi sento molto piccolo.
Piccolo perchè ho peccato di presunzione, ho pensato di conoscere la storia e poter raccontare e giudicare. Ho creduto di conoscere i fatti, e mi sento uno sfigato.
Si, forse ho imparato questo da tutto ciò. Non avere mai più pregiudizi.
Le cose non sono mai come le immagini. Confutare o comprovare, solo questo garantisce di avere una verità assoluta da poter divulgare.

Ad oggi, quindi mi sento solo di poter fare questo:

  • Lavarmi le mani
  • Indossare la mascherina
  • Mantenere le distanze
  • ……..Chiedere scusa.
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Ace the Brave

#chicazzoèacethebrave?

Tornerò a parlare di Coronavirus nel prossimo post, di cose ne sono successe dal 6 marzo…
Ma oggi vi voglio parlare di uno youtuber, di uno streamer, insomma, di un creatore di contenuti (questo termine non mi piace molto ma è il più adatto in questo contesto) di cui mi sono appassionato nell’ultimo anno, e che trovo estremamente capace e in gamba… Il suo nome è Alessandro Corrà, ma è conosciuto sul web con il nickname di Ace the Brave.

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Level up! #podcast #audition #adobe #podcasting #edv

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Lui è Ace the Brave, viene dal Nord Italia, ed è un appassionato di videogiochi. Nasce come Youtuber tanti anni fa, quando ha fondato il suo canale AceTheBrave, su cui ha pubblicato centinaia, anzi oramai migliaia di video di gameplay, approfondimenti, rubriche, vlog e tanto altro. Lo ha fatto sempre con estrema dedizione e passione, senza l’utilizzo di clickbait o sotterfugi per attirare pubblico. Si è guadagnato con fatica e sudore il suo fedele pubblico che oramai lo segue da anni e che lo considera una garanzia di qualità. Nel tempo, tra alti e bassi, ha collezionato centinaia di serie di let’s play, incentrati su tutti i tipi di giochi, ma con predilezione e specializzazione nei gestionali, nei roguelike e nei metroidvania, con uno spiccato senso del retrogaming ma con un occhio clinico anche al moderno.

Nel 2019, Ace The Brave e suo fratello Hiyuga hanno avuto la geniale idea di seguire l’onda del successo dei podcast e di fondarne uno tutto loro, che si chiama l’Enciclopedia dei Videogiochi. Il podcast analizza in ogni puntata un videogioco che ha fatto la storia, nel bene o nel male, attraverso una puntuale descrizione dei suoi punti forti e deboli, della trama, del gameplay, della giocabilità, il tutto condito da musiche di sottofondo e di intermezzo, ospiti speciali, commenti degli ascoltatori e feffeate (ascoltate un episodio e capirete di cosa parlo). Il podcast ha avuto subito un enorme successo, e ha catturato una grande fetta di pubblico, classificandosi come uno dei primi podcast di videogiochi in Italia. Se state leggendo questo post a Luglio, vi invito ad andare sulla loro pagina Instagram ( https://www.instagram.com/enciclopediadeivideogiochi/ ) dove troverete tutte le notizie sulla partecipazione del podcast al Festival del Podcasting che si terrà ad Ottobre (dove Ace è anche uno degli organizzatori dell’evento) e curiosità sulle varie puntate e sui videogiochi analizzati e commentati.

Quasi contestualmente al lancio del Podcast, Ace the Brave ha aperto il canale Twitch (https://twitch.tv/acethebrave), dove porta avanti dei let’s play in compagnia degli utenti che vogliono seguirlo e fare una chiacchierata con lui. Spesso le puntate trasmesse su Twitch diventano poi degli episodi di gameplay che verranno caricati sul suo canale Youtube.
Infine, Ace è attivo quotidianamente sul canale Telegram dell’Enciclopedia dei Videogiochi (link a fine articolo), dove interagisce con tutti quanti noi, discutendo di videogiochi ma non solo (a volte finendo su un off-topic più o meno politically correct :D).

Perchè, quindi, voglio segnalarvi Ace the Brave?
E’ molto semplice… E’ un canale genuino, senza fronzoli, senza costruzioni, dove tutto ciò che viene portato viene fatto con passione e dedizione, senza urla isteriche, senza parolacce, bestemmie, senza contenuti acchiappa-followers, solo puro gameplay fatto e commentato da un appassionato di videogiochi come tanti di noi. Forse è proprio questo che lo contraddistingue… Ace è uno di noi. E’ un videogiocatore prima di tutto, che mette al servizio le sue conoscenze e le sue abilità per intrattenerci, senza essere invadente e senza pretendere nulla (al momento non ci sono vincoli come chat per soli donatori, post per soli abbonati ecc..). E’ tutto free e godibile, se uno lo vuole.. E sempre se vuole, può contribuire abbonandosi al canale Twitch (che ricordiamo è gratuito per abbonati ad Amazon Prime) o facendo donazioni spontanee su Streamlabs (https://streamlabs.com/acethebrave/tip).

Potete seguire Ace the Brave sui seguenti canali:

Youtube: https://www.youtube.com/user/acethebrave2
Instagram: https://www.instagram.com/enciclopediadeivideogiochi/
Facebook: https://www.facebook.com/AceTheBraveLP/
Twitter: https://twitter.com/acethebrave
Discord: https://discord.gg/YhJJYge
Anchor: https://anchor.fm/edv
Telegram: https://t.me/enciclopediadeivideogiochi
Twitch: https://twitch.tv/acethebrave

Io ve lo consiglio, vi farà passare piacevoli ore, allegre e spensierate, e amplierete le vostre conoscenze sul meraviglioso mondo dei videogiochi di un tempo, e di oggi!

Namastè!

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Make your own opinion about COVID-19

A: <<Hai sentito le ultime? Siamo il secondo paese al mondo per numero di morti da Coronavirus!>>
B: <<Si, certo. A me sta storia fa ridere… Ma le persone che diffondono questi dati hanno mai studiato un minimo di statistica? Hai mai provato a pensare al fatto che potremmo essere il secondo paese al mondo per mortalità semplicemente perchè gli altri paesi non hanno una statistica rilevante, o non la diffondono?>>
A: <<Beh, ma ti pare? Con tutto il casino che sta succedendo, le notizie dovrebbero comunque diffondersi rapidamente.. Non credo che in tutto il mondo siamo solo noi a dare notizia dei contagi e dei malati all’interno del nostro paese, saremmo degli sciocchi! E poi, hai visto che non si trova più neanche un’Amuchina nelle farmacie e nei supermercati? E’ incredibile…>>
B: <<E tu hai mai pensato al fatto che è ridicolo svaligiare le farmacie per comprare un prodotto che dovrebbe essere già nelle nostre case o nelle nostre borse, perchè alla base di un paese civilizzato dove non esiste solo il Coronavirus, ma centinaia di altri virus e batteri in grado di diffondersi, l’igiene personale è fondamentale? Io l’Amuchina, che tra l’altro dire “Amuchina” è sbagliato perchè è un marchio, ce l’ho e ce l’ho sempre avuta.>>
A: <<Ok, l’importante comunque, dicono, è di lavarsi bene le mani. Soprattutto in questo periodo.>>
B: <<E’ vero, lavarsi le mani è fondamentale. E’ fondamentale DA SEMPRE, non solo oggi! Ti dirò un’altra cosa: ma perchè non si fa mai una campagna così serrata sul fumo di sigaretta e sulle sue disastrose conseguenze sul proprio e sull’altrui organismo? Chiudiamo scuole, alberghi, reparti di ospedali, negozi, ma vendiamo tranquillamente morte nei tabaccai. Non è contraddittorio?>>
A: <<Sei il solito populista. Dovresti preoccuparti del dilagare di questa malattia, non della quotidianità. E’ nel nostro vivere comune il fatto di fumare, non è un’emergenza. QUESTA è un’emergenza e va trattata come tale. Chiudere le scuole e gli esercizi commerciali è il minimo che si possa fare per evitare la diffusione del virus. Si, l’economia è in ginocchio, ma possiamo risollevarci, mentre un’epidemia potrebbe essere davvero un grosso problema se non la si riesce ad evitare.>>
B: <<Su questo ti posso dare ragione. Ma c’è bisogno di fare tanto baccano? E’ un’influenza, se non sei un soggetto a rischio (tipo cardiopatico, diabetico, iperteso ecc…) non devi preoccuparti. Ti fai qualche giorno a casa con un po’ di febbre e tosse e poi ti passa. Tachipirina e via!>>
A: <<E tu cosa ne sai? Neanche i virologi e gli epidemiologi che stanno analizzando il virus hanno ancora capito esattamente qual è il decorso della malattia, e tu pensi di saperlo meglio di loro? Sei un illuso. Non sappiamo niente, nulla. L’unica cosa di cui siamo sicuri è che si diffonde rapidamente e che il modo migliore per stare bene è non farsi contagiare.>>
B: <<Io sarò anche populista, ma tu sei esagerato. Dei 158 morti che abbiamo avuto, 2 su 3 erano pazienti tra gli 81 e gli 89 anni con patologie pregresse, gli altri avevano comunque malattie ma un’età inferiore o superiore, comunque non meno di 50 anni. Difatti, non è ancora stata stabilita l’associazione fra morte e contagio da Coronavirus, potrebbe non c’entrare assolutamente nulla con il decesso delle persone. In generale, ti potresti ammalare, ma nessuno dice che tu debba morire, ci sono stati anche un bel po’ di guariti… E addirittura molti sono del tutto asintomatici.>>
A: <<Vero, ma tu vuoi rischiare? Potresti per lo meno evitare di frequentare luoghi affollati se non strettamente necessario… Invece di passeggiare al centro commerciale, vai al parco, vai al mare, vai al lago.. Insomma, vai all’aperto, dove la possibilità di stare a contatto con altre persone è drasticamente minore!>>
B: <<Stare all’aria aperta fa bene comunque… Non andare al centro commerciale è un consiglio che darei anche a chi ha un banale raffreddore. Piuttosto, la cosa migliore è non farsi prendere dal panico e continuare a vivere la propria vita normalmente, attenendosi solo scrupolosamente alle direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riguardante la propria igiene per attenuare o rimuovere completamente il rischio di contagio per sè e per gli altri.>>
A: <<Giusto. Io, per precauzione, mi sono anche fatto l’Amuch… Ehm, il disinfettante a casa. Basta seguire le istruzioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ovvero acqua distillata, glicerina, alcol etilico o isopropilico e acqua ossigenata, nelle giuste proporzioni.>>
B: <<Bene, però ricordati di portartelo in giro anche quando è finita l’emergenza, la sua utilità non si esaurisce quando scomparirà questo virus dalla circolazione. Ah, dimenticavo, non dare retta a tutte quelle bufale che leggi sui social networks. C’è chi dice che bere bevande calde uccida il virus, chi dice che se hai la febbre sei già morto, chi dice che al primo caldo il virus sicuramente morirà… Insomma, leggi consapevolmente. Il sito del ministero della sanità è sicuramente il più autorevole in Italia per quanto riguarda le notizie sulla diffusione del virus. Se invece mastichi un po’ più l’inglese, il sito dell’OMS (WHO in originale) è ancora più affidabile.>>
A: <<Certo, e tu non dimenticare che non bisogna mai prendere le cose con leggerezza, specialmente in un momento così delicato per il nostro paese, che sembra reagire con eccessività, ma che in realtà sta attuando la politica di prevenzione più idonea a questo tipo di problematiche. E’ importante credere nell’impegno che stanno mostrando nell’affrontare il contagio. Fatti la tua opinione, nel rispetto degli altri e delle semplici regole di convivenza che abbiamo oggi.>>
B: <<Sicuramente. Grazie e a presto!>>
A: <<Ciao, grazie a te!>>

E quindi… A o B?

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StarTopia (2001)

La cover del gioco

Nuovo anno, vecchio gioco. Se penso solo al momento in cui, entrato nel supermercato, ho trovato nel piccolissimo reparto videogiochi questo capolavoro a meno di 10 euro, mi spaventa il pensiero che siano passati così tanti anni. 19 anni fa per l’esattezza.
StarTopia, sviluppato dalla defunta Mucky Foot Productions, è un videogioco manageriale/strategico spaziale, dove noi saremo i comandanti di un’astronave aliena alla conquista della galassia. Il gioco è uscito solo per PC ed è ora reperibile su Steam e su GoG.

Trama: il nostro personaggio non ha un nome, sappiamo solo di essere il comandante di una nave spaziale popolata da alieni. Al nostro fianco ci accompagnerà una figura fondamentale (tra l’altro doppiata egregiamente, come spiegherò meglio più avanti), di nome VAL (parodia di HAL 9000), ovvero un’intelligenza artificiale altamente sviluppata che ci farà da guida per tutto il procedere e l’avanzare del gioco durante le 10 missioni. Avremo degli obiettivi sempre diversi da raggiungere, soprattutto a livello “manageriale”, come curare 100 pazienti, incarcerare 50 criminali ecc.. Negli ultimi livelli, dovremo affrontare delle battaglie con altri comandanti, che vogliono conquistare i nostri settori e distruggere le nostre strutture. Una volta sconfitti, saremo i supremi comandanti dell’astronave e dell’universo intero. E’ una trama abbastanza banale, senza una storia vera e propria, colpi di scena e fronzoli. Difficilmente avremo un reale scopo da raggiungere, ma impareremo ad affezionarci a VAL, ad Arona (mercante interspaziale estremamente attaccato al denaro e alla sua merce) e a tutti i tipi di alieni che vagheranno per la nostra stazione spaziale. Voto: 6.

Il bioponte

Gameplay: essendo uno strategico-manageriale, il gioco ha una struttura simile a molti altri strategici come Age of Empires, e a molti altri manageriali come Sim City, dove il nostro scopo sarà partire costruendo le strutture base per poi ricercare e fare strutture avanzate, in un percorso composto da 10 missioni diverse. Nelle prime, impareremo i comandi base e le funzionalità delle varie strutture principali. Con l’avanzare del gioco, impareremo a governare i 3 differenti piani dell’astronave, ovvero il piano principale, il piano del divertimento e il bioponte. Nel piano principale vengono costruite tutte le strutture basilari che forniscono le risorse fondamentali per i nostri residenti e per gli ospiti, come le stanze da letto, l’ambulatorio, il laboratorio ecc.. Nel piano del divertimento, come si deduce dal nome, costruiremo le strutture dedicate allo svago, allo shopping e in generale ai momenti in cui l’umore dei nostri residenti ha bisogno di essere risollevato. Nel bioponte, il mio preferito, potremo “coltivare” diversi tipi di terreni (selezionando diversi gradi di umidità e temperatura), per permettere la crescita di differenti piante, che una volta al massimo della loro vita, genereranno le derrate di base (medicine, cibo, materiali industriali…). Inoltre, nel bioponte possiamo fare dei piccoli laghi per permettere agli alieni di nuotare e divertirsi. La differenza principale con la maggior parte dei videogiochi strategici è che non possiamo creare noi le unità. Dovremo “arruolare” i visitatori, scegliendo tra le varie tipologie di alieni e tra diversi livelli di competenza e capacità nelle mansioni possibili all’interno dell’astronave. Inoltre, nelle battaglie, sebbene certe unità saranno più potenti di altre (come i Kasvagoriani), tutte combattono allo stesso modo (con pistole laser), e non hanno vantaggi o svantaggi nei confronti delle unità nemiche. Difatti, le battaglie finiscono per diventare un’accozzaglia di gente che si spara l’una con l’altra, senza alcuna strategia. Ritengo che la parte manageriale, per fortuna preponderante, sia estremamente più curata e divertente rispetto alla parte bellica, lasciata molto al caso e tediosa in molte circostanze. Voto: 8.

Una battaglia in corso

Grafica: dobbiamo necessariamente ricordarci che siamo nel 2001, ma nonostante questo, ritengo che la varietà di texture (bellissime le differenze nei vari terreni del bioponte), di personaggi, di colori e di effetti visivi faccia della grafica di StarTopia un punto di forza. Allontanandoci dalla visuale dell’interno dell’astronave, è possibile anche ammirare l’universo dall’esterno, ed è considerevole il fatto che abbiano creato anche altri pianeti e galassie, ovviamente solo visibili da lontano. La visuale “god-mode”, ovvero dall’alto, con possibilità di zoomare e allontanarsi, impreziosita dal fatto che, essendo l’astronave a forma di “ciambella”, quando scorriamo in avanti nelle varie stanze di ogni piano, vediamo letteralmente il pavimento incurvarsi, segno di un profondo realismo e di una curata realizzazione tecnica. Certo, le textures spigolose oggi come oggi risultano stucchevoli, ma come dicevo all’inizio, siamo nel 2001, e il motore grafico di un tempo garantiva una massima resa di tale portata. A mio parere è comunque tutto piacevole e ben fatto. Voto: 8,5.

Gli effetti visivi sono piacevoli e ben curati

Suono: è raro trovare un gioco degnamente doppiato, con una colonna sonora gradevole e non stancante. Questo è uno di quei rari casi. Ogni ponte ha una sua musica dedicata, piacevole da ascoltare, che crea un sottofondo ideale per le varie situazioni che si vengono a creare. Non solo, ma avvicinandosi con la visuale ad ogni stanza, potremo ascoltare i rumori o le musiche provenienti da quella specifica stanza (come la ninna nanna nel dormitorio, oppure i rumori dei macchinari all’interno del laboratorio…). Tutto ciò ci proietta all’interno dell’astronave, come se fossimo fisicamente presenti. I diversi tipi di alieni, hanno un loro linguaggio e un loro tono di voce, che possiamo ascoltare cliccando su ognuno di essi. Infine, un merito al doppiaggio degli unici 2 personaggi intellegibili del gioco, ovvero VAL e Arona, davvero ben fatto. Dato che la voce di VAL ci accompagnerà per tutto il tempo, è bello sapere che vengono colte tutte le sfumature delle situazioni che incontreremo, dalla serietà dei crimini e degli omicidi, alla comicità degli aneddoti sui vermi fagocitanti o sulle sanguisughe spaziali. E’ veramente un piacere giocare per ore, perchè le musiche e gli effetti sonori non saranno mai stancanti o disturbanti. Voto: 9.

Il ritrovo per gli alieni “soli”

Longevità: StarTopia non è un gioco lungo, tutt’altro. Le dieci missioni scorrono abbastanza rapidamente e senza intoppi, difficilmente dovrete ripeterne una a causa di un fallimento. Una volta capito il meccanismo con cui gestire le risorse del gioco, sarà tutto molto semplice e arrivare fino alla fine sarà una piacevole passeggiata spaziale. Il gioco è terminabile con 10-15 ore al massimo, e sarà ben poca la probabilità che lo possiate rigiocare in un futuro, vista l’assenza di trama e di contenuti extra. Un punto in più per la possibilità di giocare la modalità sandbox, creando missioni ad hoc dove potersi sbizzarrire nella conquista o nella semplice costruzione delle strutture, che aumenta sensibilmente la longevità del gioco, destinata comunque ad esaurirsi nel giro di una 20ina di ore in tutto. Voto: 7.

Il casinò

Giudizio finale: io sono estremamente affezionato a questo gioco. Lo ritengo uno dei migliori strategico-manageriali di sempre, semplice ma dettagliato e dannatamente divertente. Tuttavia, obiettivamente parlando, se il comparto tecnico è molto curato, l’assenza di una trama delineata e la bassa longevità inevitabilmente inficiano il voto finale, che lo rendono un gioco da avere e da completare almeno una volta nella vita ma lontano dalla perfezione. C’è da dire che dopo 20 anni, e dopo tanti appelli alla comunità videoludica, è stato promesso un seguito di cui già è possibile vedere un trailer e qualche immagine, dal nome SpaceBase StarTopia, che uscirà presumibilmente a Settembre 2020. Io, francamente, non vedo l’ora di poterci mettere le mani! Voto: 8.

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Perchè stiamo uccidendo il pianeta

La decade 2010-2020 è destinata a essere la più calda della storia. Lo rivela un rapporto annuale delle Nazioni Unite, che delinea i modi in cui il cambiamento climatico procede più velocemente della capacità umana di adattarsi ad esso.” (Fonte)

Ormai sono diversi anni che si parla di riscaldamento globale, sembra ormai diventato un argomento di moda, una routine, come lamentarsi del caldo in un giorno d’estate o di freddo in un giorno d’inverno. Molti non si rendono minimamente conto dell’importanza che questo problema ha oggi e soprattutto avrà nel futuro dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli.

Perchè siamo responsabili del riscaldamento globale? Non è molto difficile. Nel corso dei secoli, il progresso industriale ha portato grandi innovazioni e migliorie, ma allo stesso tempo ha sfruttato maggiormente le risorse che la nostra Madre Terra ci ha fornito. Le risorse sono state utilizzate, elaborate, e ovviamente molti sono stati i prodotti di scarto che alla fine del processo hanno bisogno di essere smaltiti. Il primo principio della termodinamica dice che l’energia non si crea e non si distrugge, ma si trasforma. Ed è per questo che produciamo una quantità abnorme di scarti solidi, liquidi e gassosi, che stanno letteralmente avvelenando il nostro pianeta. Quello che preoccupa maggiormente è l’inquinamento aereo, provocato dai gas di scarico delle industrie, dalla semplice anidride carbonica che espiriamo, dai fumi dei condotti di riscaldamento delle nostre case, dallo smog delle nostre macchine (che sono sempre di più) e tante altre micro e macroemissioni. Questi gas vanno nell’atmosfera, e letteralmente la bucano, creando dei vuoti attraverso i quali i raggi ultravioletti solari possono penetrare maggiormente, surriscaldando con più determinazione la Terra. E’ questo il principio che sta alla base del surriscaldamento globale.

Quali sono le conseguenze di questo lento e inesorabile disastro ambientale?

Nel 2019 la temperatura è stata mediamente di 1,1 °c più alta rispetto alla media del periodo pre-industriale. E voi direte: che cos’è mai un grado in più? E’ un’enormità.

Nei paesi mediterranei la differenza si vede soprattutto nel cambiamento stagionale, con inverni sempre più caldi ed estati lunghe e afose. Forse qualcuno si ricorderà che nel 2018 qualcuno nel Sud Italia è riuscito a farsi il bagno in mare durante il periodo natalizio. E’ bello, è strano, ma è anche dannatamente spaventoso. L’innalzamento delle temperature, nei paesi del Nord, così come ad entrambi i poli, sta portando allo scioglimento dei ghiacciai, che oltre a rompere un’equilibrio ecologico, biologico e ambientale, sta innalzando il livello degli oceani. Questo porta alla scomparsa di porzioni di terra, che a sua volta vuol dire meno suolo su cui edificare e vivere.

Quel povero orso polare della foto ha trovato quel pezzo di ghiaccio su cui stare, al pari di un’oasi in un deserto. Gli animali che soffrono le alte temperature devono fare i conti con un freddo meno gelido e sempre più teporoso, non a caso molti animali dei paesi gelidi sono in via di estinzione. Gli uccelli migratori sono costretti a lunghi viaggi in periodi durante i quali non erano abituati a muoversi, proprio per le temperature differenti rispetto a molto tempo fa. Tutto è in continua mutazione ed evoluzione… O forse dovrei dire involuzione.

Forse qualcuno ha sentito parlare di Greta Thunberg, la ragazzina svedese che si è fatta negli ultimi anni portavoce e simbolo della lotta ai paesi occidentali e alla loro politica verso il riscaldamento globale. Lei è appunto il simbolo di una lotta che andrebbe combattuta tutti i giorni, non solo dai grandi politici della terra, che guardano a questo problema con riluttante cecità, ma da tutti noi, nei nostri piccoli gesti.

Cosa possiamo fare per aiutare il pianeta? I piccoli gesti che potrebbero migliorare le condizioni dell’inquinamento globale sono:

  • Utilizzare meno la macchina (o meglio ancora utilizzare mezzi ecologici)
  • Limitare il riscaldamento casalingo
  • Comprare prodotti ecologici che rispettano le foreste, evitando il disboscamento. Le piante si nutrono dell’aria contenente i gas inquinanti e generano ossigeno che la purifica
  • Spegnere tutti gli apparati elettronici quando non sono in uso (un maggior consumo di energia elettrica nelle nostre case fa lavorare di più le industrie elettriche che per la produzione di elettricità generano gas di scarico)
  • Limitare il fumo di sigaretta
  • Riciclare e se possibile riutilizzare consapevolmente (gli impianti di smaltimento generano gas nocivi all’atmosfera)

Sono a conoscenza di un progetto nato nel Nord Italia, in una piccola zona industriale del bresciano, dove tutti i prodotti di scarto delle industrie presenti vengono riutilizzati come materia prima nelle altre industrie, generando un ricircolo di materiali che riduce a zero le emissioni. E’ un bellissimo progetto che dà molte soddisfazioni, e che può fare da trampolino di lancio per un’espansione a livello territoriale, italiano, europeo e mondiale.

Mi chiedo cosa ne sarà della nostra Terra fra qualche centinaio di anni. Noi non saremo qui per vederlo, ma come dicevo all’inizio, ci saranno i figli dei figli dei nostri figli. E se nessuno di noi farà qualcosa per cambiare questo inesorabile declino, il nostro pianeta si riprenderà ciò che ci ha generosamente concesso gratuitamente per milioni di anni…. Con gli interessi.

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La comunicazione

Nel mio lavoro, ma credo in generale nella vita, ci rapportiamo con decine, centinaia di persone, tutti i giorni. E’ assolutamente fondamentale, quindi, sapere come interfacciarsi con gli altri, quando dire certe cose, trovare il contesto opportuno.

Sapere con chi parlare e come farlo potrebbe aprire le porte ad occasioni ed opportunità inaspettate, di cui si può ignorare anche l’esistenza. Una corretta comunicazione, permette di uscire dall’impasse di trovarsi in difficoltà, non sapere cosa rispondere a certe domande, non sapere come porne a propria volta, e ottenere risultati ancora migliori di quello che ci si può aspettare.

Tutto ciò l’ho imparato nel corso del tempo, crescendo, maturando, leggendo molti libri, ponendomi in una condizione di umiltà nei confronti della persona che mi trovavo di fronte, non pretendendo mai di sapere a priori come comportarmi, ma di sviluppare di volta in volta un approccio sempre migliore per ottenere le maggiori informazioni (o di nasconderne/divulgarne delle mie) con il minor sforzo possibile.

Mi piaceva questa immagine. Rende molto bene l’idea di come sia possibile, attraverso un’errata comunicazione, comprendere un concetto banale in due modi diametralmente opposti. Vi è mai capitato di voler spiegare qualcosa ad una persona, senza sapere veramente come farlo, e di ottenere che quella persona abbia capito esattamente il contrario di quello che volevate comunicargli? Scommetto che succede molto spesso in una coppia di partners. Tenete sempre presente che il vostro messaggio deve passare attraverso:

  • Il vostro cervello
  • La vostra bocca
  • L’orecchio dell’ascoltatore
  • Il cervello dell’ascoltatore

In questo breve ma delicatissimo processo, se anche solo uno di questi step viene meno o è carente, il messaggio sarà del tutto diverso dall’originale. E in ogni caso, la scienza ha dimostrato che se il nostro messaggio è al 100% attinente a quello che realmente vogliamo dire nel nostro cervello, quello che capirà veramente l’altra persona sarà una percentuale molto più bassa di quella iniziale. E’ scientifico e inevitabile.

Sul luogo di lavoro non è molto dissimile, e l’ho imparato molto bene. Non immaginate quante volte mi sono ritrovato a dover spiegare lo stesso concetto a decine di persone diverse, e fare una fatica enorme ad utilizzare le stesse parole. Semplicemente, se quel modo di comunicare andava bene per il gruppo X, non andava bene per il gruppo Y. Lavorando in una realtà molto grande, ho a che fare con decine di persone ogni giorno, centinaia diverse al mese, e ho elaborato un semplice ma efficace concetto.

Modellare il mio pensiero a seconda delle persone che ho di fronte.

Il che non significa assolutamente cambiare il contenuto, ma la forma. Ho notato che semplicemente funziona, e il mio concetto fluisce naturalmente nei diversi tipi di lavoratori a cui devo passare una determinata informazione. C’è sempre un margine di fallimento… Ci sono gruppi di persone che per loro natura non sanno ascoltare, non provano interesse in quello che gli viene detto, oppure si rifiutano categoricamente di accettare alcune cose. L’arte dell’oratoria, con queste persone, non funziona. In un certo senso, non è consigliabile nemmeno sforzarcisi tanto, basta riassumere il concetto in poche parole e sputarglielo in faccia col minimo sforzo. Tanto loro non capiranno, e voi avrete comunque ottenuto il risultato di divulgare quell’informazione.

Un’efficace comunicazione è la chiave di Volta per migliorare il futuro dei propri rapporti interpersonali o di quelli lavorativi. Ci si accorge facilmente che le persone sono meglio intenzionate nei propri confronti se si parla in un certo modo, si aspetta il momento giusto per dire alcune cose o magari si tacciono alcune cose di cui non è importante parlare. Coinvolgere le persone, prendendosi alcuni minuti per ascoltare l’interlocutore, elaborare e rispondere adeguatamente, migliora i risultati perchè fa sentire l’altra persona importante e allo stesso tempo considerata.

Una parte fondamentale della comunicazione è quella strettamente non verbale, ovvero il nostro modo di gesticolare, lo sguardo che facciamo quando diciamo qualcosa o ascoltiamo qualcun’altro parlare. Se pensiamo di voler dire qualcosa di positivo, facciamolo con il sorriso… L’altra persona sarà più contenta di vedere il vostro viso esprimere felicità piuttosto che apprendere le parole in sè. Questo mi capita spesso in macchina: se mi fermo ad un incrocio per far passare qualcuno, mi aspetto che quella persona mi ringrazi, o per lo meno che dimostri riconoscenza per essermi fermato. Io personalmente, alzo la mano e faccio un sorriso, che è l’unico modo che ho per mostrare di aver gradito la cortesia che un’altra persona ha avuto nei miei confronti.

Insomma, imparate a comunicare, ascoltate molto, ma soprattutto… Non prendetevi troppo sul serio, la gente ama l’autoironia!

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Brutal Legend (2009)

Andiamo un po’ indietro nel tempo, esattamente nel 2009, e troviamo un videogioco di nome Brutal Legend, creato e ideato dalla mente di Tim Schafer (ex LucasArts, ora DoubleFine) basato sulla storia di Eddie Riggs, roadie di gruppi metal da quattro soldi. Il gioco è disponibile su PC, Xbox 360, Playstation 3, su piattaforma digitale e fisica ed è essenzialmente un Hack & Slash con inserimenti strategici. La mia recensione si basa sulla versione PC distribuita tramite piattaforma Steam.

Trama: Eddie Riggs, roadie di gruppi metal e allestitore di palchi, si trova nel backstage del concerto del gruppo metal da quattro soldi che sta seguendo, quando una parte del palco allestito cade su di lui, apparentemente uccidendolo. Il suo sangue cola però sulla fibbia della cintura del suo defunto padre, risvegliando una bestia enorme che prende il corpo di Eddie e lo riporta indietro nel tempo, laddove il mondo è governato dalle leggi del metal e della musica. In questo mondo Eddie fa la conoscenza di Ophelia, di cui si innamora, e di Lars e Lita Halford, paladini del metal che combattono la furia del demone Dovicolus e del suo generale Lionwhite. La missione di Eddie è quella di collaborare con Lars e Lita, sconfiggere il generale Lionwhite, uccidere Dovicolus e liberare Bladehenge dal dominio della stirpe infernale del demone. Una trama abbastanza comune nel panorama videoludico, dove il buono deve ammazzare il cattivo, tuttavia l’ambientazione metal mette un po’ di sale e aiuta a colorare un copione leggermente stereotipato. Voto: 8.

Gameplay: come dicevo nell’introduzione, Brutal Legend è un hack ‘n’ slash (gioco di azione dove c’è essenzialmente da uccidere con armi pesanti o magie di vario tipo) mescolato ad una base di avventura free-roaming (ci troviamo in uno scenario aperto) e a parti molto strategiche quasi a strizzare l’occhio ai giochi tower defense. Alterneremo quindi una buona parte del gioco a girare con la nostra falciadruidi nel mondo di Bladehenge, dove incontreremo bestie selvagge, altari da distruggere o liberare per ottenere punti extra da usare per potenziare il personaggio o la macchina e missioni secondarie con cui ottenere altri punti e sbloccare bozzetti e materiale extra del gioco. Il tutto si presta molto bene al gioco su console, mentre su PC è altamente consigliato l’utilizzo del gamepad, in quanto non si denota il bisogno di puntare qualcosa (l’attacco viene dirottato al nemico più vicino o a quello a cui si sta guardando) con ad esempio un mouse. Inoltre, in certe fasi del gioco i comandi da usare diventano molti, risultando confusionario utilizzare una tastiera, per quanto pratici si possa essere. I combattimenti sono bilanciati e raramente saremo in difficoltà, tranne nelle fasi molto concitate dove ci troveremo a batterci con un numero elevato di unità nemiche. Unica pecca la si può trovare nella gestione della parte strategica, dove creare nuove unità, dare loro i comandi giusti (fermarsi, seguire, andare all’obiettivo, attaccare ecc…), preoccuparsi del proprio personaggio e attaccare i nemici può diventare difficile ed estenuante. Voto: 8,5.

Grafica: non ci troviamo di fronte ad un titolo che vuole vantare un realismo fotografico, anzi, lo stile cartoon è apprezzato e molto ben dettagliato, le texture sono pulite e l’antialiasing fa un lavoro eccellente. Non si hanno lag di alcun tipo nè in aree ristrette nè in free roaming, quando possiamo ammirare anche i punti più lontani della zona che si sta visitando. Gli effetti speciali sono ben fatti e calibrati. Lo stile dei personaggi ricorda un po’ l’ultimo Team Fortress, con quella grafica caricaturale che fa sempre piacere e fa sorridere. Nel complesso quindi possiamo dire che, anche in considerazione dell’anno di uscita, il lavoro fatto è stato eccellente, ma ovviamente non posso dire di essere di fronte ad un capolavoro, in quanto la scelta fatta innegabilmente taglia le gambe a priori ad un comparto grafico che non può essere comparato a titoli di diverso tipo, che siano su console o su PC. Voto: 9.

Suono: questa è sicuramente la parte migliore dell’intero gioco. I dialoghi, l’intero doppiaggio, gli effetti sonori, sono di ottima fattura e immergono a pieno nel videogioco. Si vede che il lavoro svolto ha qualcosa di eccezionale. Ma non è solo questo: il gioco può vantare una colonna sonora di grande rispetto perchè comprende brani dei migliori gruppi metal di sempre (Black Sabbath, Motorhead, Judas Priest, Dragonforce, Testament, Megadeth.. Insomma chi più ne ha più ne metta. Inoltre, 20 brani creati dalla DoubleFine sono inclusi nel gioco e migliorano l’interno comparto tecnico. Le nostre orecchie sembrano apprezzare molto! Per quanto riguarda in particolare il doppiaggio, artisti del panorama musicale internazionale hanno collaborato per dare voce ai personaggi del gioco, come ad esempio Jack Black per il protagonista, Ozzy Osbourne per il guardiano della forgia, Lita Ford per il personaggio di Lita Halford e tanti altri.. Di conseguenza ci troviamo di fronte ad un titolo che ha fatto del comparto sonoro il suo cavallo di battaglia, ed ogni momento del gioco ci fa godere di cotanta maestosità musicale. Voto: 10.

Longevità: Brutal Legend segue una trama piuttosto lineare, non ci sono finali alternativi o percorsi differenti da quello principale, ma è contornato da missioni secondarie e bonus da sbloccare come nei più classici dei videogiochi moderni. Le missioni secondarie sono tutte abbastanza semplici e relativamente veloci da compiere, mentre la parte più ardua e magari noiosa è quella di trovare tutti gli artefatti da sbloccare (statue da rianimare con la chitarra, binocoli per osservare zone particolari di gioco, reliquie nascoste da trovare…) nella mappa per arricchire il gioco di contenuti come bozzetti o artworks. Il gioco, nella sua storia principale, non porterà via più di una decina di ore, mentre portare a termine le missioni secondarie e sbloccare gli extra aggiungerà circa 5 ore, portando ad un totale di 15-20 ore al massimo. Inoltre, sebbene sia una divertente esperienza, difficilmente avrete voglia di rimettere mano al gioco una volta terminato. Voto: 6,5.

Giudizio finale: il gioco della DoubleFine diverte, convince e ci permette di trascorrere una 15ina di ore all’insegna del pestaggio e della demenzialità. Il comparto tecnico è buono nel complesso, frutto di una discreta parte grafica e di una eccellente parte sonora, mentre un po’ di delusione arriva dalla longevità del titolo, non eccessivamente bassa ma neanche che possa farci gridare al miracolo. In sintesi ci troviamo di fronte ad un buon videogioco, che si lascia giocare bene, quasi senza intoppi e che sicuramente non lascerà l’amaro in bocca. Voto: 8.

 

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Area – Arbeit macht frei (1973)

N.B.: tutto ciò che seguirà è solamente frutto della mia personale interpretazione, non ci sono riferimenti a interviste, articoli di giornale, su web o qualsiasi altra opinione che non sia la mia.

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Il lavoro rende liberi. Una frase celebre per la sua associazione al nazismo e ai campi di concentramento dove migliaia di ebrei vennero uccisi barbaramente. Ma pensateci bene: è una frase bellissima, che potrebbe fare da slogan a qualsiasi periodo storico, soprattutto recente.
Nel 1973 esce il primo album degli Area. Di chi parliamo? Parliamo di uno dei più grandi e innovativi gruppi rock progressive della storia italiana. Il rock progressive è un genere musicale nato a cavallo fra gli anni ’60 e gli anni ’70 come naturale prosecuzione del clima di progresso che si stava vivendo, ma allo stesso tempo come dura reazione ad alcune realtà soprattutto internazionali che stavano sconvolgendo il mondo. A livello musicale, il genere fonde una serie di stili musicali e sperimenta suoni e rumori per creare qualcosa di completamente nuovo e mai ascoltato prima d’ora. I brani non hanno più una sequenza ben precisa, si alternano fasi del tutto strumentali ad alcune cantate senza una vera logica; gli strumenti si uniscono per generare melodie originali e diverse da quelle a cui l’orecchio umano era così abituato negli anni ’50 e ’60, soprattutto in Italia dove la musica d’autore era assolutamente prevalente. Gli Area International Popular Group tentano di fondere i vari stili da cui provengono i singoli elementi del gruppo stesso (chi dal rock, chi dal blues, chi dal beat, chi dal jazz..) per arrivare a comporre qualcosa di totalmente nuovo. Piccola premessa sul frontman del gruppo: tanto per cominciare ha sempre sostenuto di non essere un frontman, ma che gli elementi del gruppo erano talmente importanti, ognuno a modo suo, che senza di uno di loro il gruppo non avrebbe avuto modo di esistere, quindi non c’era nessuno “superiore” agli altri. Ad ogni modo, lui si chiamava Demetrio Stratos (nome d’arte di Efstratios Demetriou, artista di origine greche naturalizzato italiano) ed era uno dei più grandi talenti del nostro tempo, studioso della voce come pochi altri al mondo e morto giovanissimo per una malattia ai tempi ancora troppo poco conosciuta e studiata.
L’album in questione è il primo in ordine cronologico del gruppo, ed è composto da 6 tracce.

Luglio, Agosto, Settembre (Nero)

Partiamo forte, questa canzone, assolutamente attualissima, parla del conflitto in medio-oriente tra palestinesi e israeliani. La poesia iniziale, in stretto arabo, recitata da una ragazza palestinese, prega il proprio amato di depositare le armi e di raggiungerla per coronare il loro sogno d’amore. E d’altronde gli Area, con le loro musiche arabeggianti ci ricordano che siamo tutti ospiti di questo mondo, che è inutile farsi la guerra perchè l’epilogo sarà lo stesso per tutti, indipendentemente da ciò che vogliamo ottenere nella nostra breve esistenza. Dobbiamo quindi “cercare l’essenzialità” delle cose per avere una visione a 360° di ciò che il mondo ci pone di fronte agli occhi. Ed è anche vero che è inutile ignorare quello che accade lontano da noi (e qui si riferisce all’indifferenza degli occidentali di fronte ad un problema grave come quello del medio-oriente) perchè siamo tutti parte di questo mondo e quindi “un dì sapremo quello che vuol dire affogar nel sangue con l’umanità“. Un testo molto profondo, rabbioso, disperato, che si evince anche dalla musicalità distorta e confusionaria dell’intermezzo fra la seconda e la terza strofa, dove probabilmente si fa riferimento alla distruzione che la guerra può portare. Davvero incalzante e ben costruito il crescendo della fase finale della canzone, strumentale e vocale.

Arbeit macht frei

Canzone omonima rispetto all’album stesso, dove la frase rispecchia nelle stesse parole 2 diversi e profondi significati: da una parte l’importanza del lavoro come forma di libertà dell’uomo, che attraverso di esso riesce a rendersi indipendente e collaborare affinchè la società possa continuamente migliorare ed evolvere; dall’altra, la tragicità degli eventi della seconda guerra mondiale, dove le parole erano marchiate a fuoco nei cancelli d’entrata dei lager nazisti. Là, dove migliaia di ebrei, omosessuali, diversi, vennero uccisi barbaramente, e dove tali parole letteralmente sbeffeggiavano il mondo, considerando che un campo di prigionia riportava a caratteri cubitali all’ingresso la parola “libertà”. Un controsenso storico come se ne sono visti davvero pochi. E forse gli Area volevano parlarci più del lato positivo della frase, perchè solo chi è misero, umile e consapevole può capire che “arbeit macht frei“, che il lavoro rende liberi, e che sempre e solo il lavoro ci libererà. Libererà da cosa? Dalla miseria stessa, dalla tetra economia, dalla non-consapevolezza di ciò che i potenti stanno riservando alla povera gente, che mira solo alla sopravvivenza. Dal punto di vista musicale, il brano si apre con dei rumori di sottofondo (una goccia d’acqua, suoni industriali, delle voci) per poi partire con la melodia vera e propria, dove poche e semplici parole si alternano a fasi strumentali dove tastiere, batterie e chitarre si fondono perfettamente a incorniciare un tema così importante.

Consapevolezza

Forse la consapevolezza del titolo è quella che Stratos citava nel precedente brano, ma questo ahimè non lo sapremo mai. Nel testo, gli Area ci chiedono di fare uno sforzo rispetto a quello già fatto, ovvero di “far partire il nostro ascensore“. Beh, detta così, ci verrebbe un po’ da ridere. Che vuol dire “far partire il nostro ascensore”? La risposta è nella prima strofa, dove si evince chiaramente che il nostro “ascensore” non è nient’altro che il nostro cervello, e “farlo partire” significa metterlo in moto, utilizzare la nostra intelligenza e il nostro intuito per elevarci al di sopra degli altri e capire cosa nel mondo non sta funzionando. Fatto questo? Beh, molto semplice: “tu allora vedrai tutta la squallida realtà“. Non è esattamente la migliore delle prospettive, ma è dannatamente vera. In ogni epoca storica del nostro e dei secoli precedenti ci sono eventi che hanno segnato negativamente l’umanità, ma chiudere gli occhi e far finta di nulla non elimina questi eventi, ci permette solo di evitarli e crogiolarci nella nostra bolla di vetro fatta di labili certezze. Gli Area denunciano questa forma di omertà, ci pregano di fare questo sforzo e di prendere la propria morale, “imprigionata nella mediocrità“, di elevarla e di prendere il potere. Non male come immagine. Insomma, acquisiamo consapevolezza. Musicalmente parlando, c’è una grande preponderanza di strumenti a fiato e di tastiere, oltre che di chitarra nella parte centrale, il tutto sempre intramezzato dall’incredibile voce di Stratos. Più o meno a 2/3 della canzone gli Area lasciano anche spazio ad una parte più soft, dove sia noi che loro possiamo riprendere fiato e riflettere prima di tuffarci nell’ultima e importante strofa, dove finalmente scopriremo cosa dovremo fare per raggiungere la tanto agognata consapevolezza.

Le labbra del tempo

Un altro grande brano. Quello del tempo è un argomento molto delicato da affrontare, di cui grandi scienziati e filosofi hanno discusso nei secoli discernendo teorie su teorie. Nonostante tutto, il tempo ci affascina ancora… Molti lo chiamano “la quarta dimensione”, a me piace pensare che il tempo esiste da sempre, prima del mondo, prima dell’universo, e scorrerà sempre, qualsiasi cosa succederà a noi o all’universo stesso. Forse perchè è astratto, è intangibile, è incontrollabile, è inarrestabile, o forse perchè è assolutamente al di là delle nostre capacità mentali anche solamente la sua comprensione. Fatto sta che gli Area cercano di dare una connotazione umana al tempo, “incolpandolo” di risvegliare quegli istinti che gli umani hanno perso in favore di una ragione, di una “idiota idealità“, attraverso la sua “forza muta“. Molto significativa l’ultima strofa, dove di nuovo Stratos denuncia l’omertà, stavolta quasi giustificandola, definendo gli omertosi “facce sporche di paura“. Perchè il mondo fa paura, il mondo inteso come uomo, come umanità, che fa a guerra con sè stessa per avere potere. Emblematico e a tratti incomprensibile il finale, non si capisce bene quale sia il diritto che gli Area intendono. Forse qualsiasi diritto, un diritto generico di vivere, di vivere il proprio tempo, o forse il diritto di esprimere la propria rabbia attraverso “gesti, urla“. E’ anche vero che quando si pronuncia o si scrive la parola diritto, non è importante quale esso sia, sono tutti equamente sacrosanti. Strutturalmente la canzone è molto più lenta delle precedenti, soprattutto nella prima metà, poi vi è un intermezzo che ricorda un po’ le atmosfere spaziali di film come Guerre Stellari o Dune (per chi non li conoscesse, vi consiglio caldamente di guardarli) e il finale arrembante con la voce straziata e urlata di Stratos al suo meglio. Bellissimo brano.

240 chilometri da Smirne

Brano esclusivamente strumentale, solo da sottolineare che Smirne è una città della Turchia.

L’abbattimento dello Zeppelin

Finale dell’album spettacolare con un ricordo storico, quello del dirigibile LZ 129 Hindenburg, zeppelin tedesco che il 6 maggio 1937 per cause ancora sconosciute (forse un guasto, forse un sabotaggio) esplose provocando decine di morti nell’equipaggio e nei passeggeri. Gli Area estremizzano questo evento tentando di dare una spiegazione fantascientifica al tutto, ipotizzando una colpa che in realtà non c’è, inventando che qualcuno abbia volutamente fatto esplodere il dirigibile in volo. E chi lo può dire? Nessuno, solamente il vento.. Perchè “il vento mi ha detto che morirò“. E dunque? Dunque nulla, l’evento ha letteralmente terminato l’epoca del trasporto di passeggero a bordo di aeronavi. Quello che è certo è che la combinazione di gas infiammabili, di tempo atmosferico, di incompetenza dell’allora equipaggio e forse una dose di sabotaggio, hanno sconvolto un’epoca in cui di viaggi aerei ancora si parlava pochissimo. Ma tornando a parlare di musica, non c’è una vera e propria musicalità nella voce di Stratos, che parla anzichè cantare. Voce tremolante, scenica, quasi potremmo dire teatrale, dissimula una colpevolezza che non c’è, ma che ci sembra così dannatamente reale. E così dannatamente reale è la fusione degli strumenti, del sax, della batteria, delle tastiere, della chitarra e del basso che rendono questo brano la degna chiusura di un album celebre e assolutamente innovativo.

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Gli Area sono: Demetrio Stratos, Giulio Capiozzo, Patrick Djivas, Patrizio Fariselli, Paolo Tofani, Victor Edouard Busnello.

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Viaggio nel centro-nord Italia

883 – Viaggio al centro del mondo

Per il mio primo post, vi racconterò del nostro breve ma intenso viaggio al centro-nord Italia, dove abbiamo visitato ben 4 regioni (in realtà una solamente di passaggio) in 3 giorni.

12-07-2016 (Roma-Riomaggiore-Palazzuolo sul Senio)

Il nostro primo giorno ci ha visti partire da Roma alle ore 5.30 verso la Liguria, destinazione Riomaggiore, uno dei 5 comuni che fanno capo ad una delle mete più ambite degli italiani e degli stranieri, ovvero le famose “Cinque Terre”.

Siamo passati quindi per il Lazio, per la Toscana e infine siamo arrivati in Liguria, dove passando per La Spezia siamo arrivati dopo pochi chilometri a Riomaggiore. Paesino scosceso, praticamente tutto in discesa (e ovviamente in salita quando si torna indietro), dove alla fine della discesa c’è il mare. Nella parte che abbiamo visitato noi non c’era una vera e propria spiaggia, più che altro era un piccolo porticello con una marea di scogli. Mi ha ricordato un po’ Positano, però al Nord. Come Positano, Riomaggiore è un paesino molto turistico, dove troviamo una serie di locali per mangiare (ristoranti di pesce, friggitorie, pizzerie/focaccerie per la maggior parte), alcuni negozi di souvenir (dove abbiamo comprato un vasetto di pesto ligure senz’aglio, una confezione di trofie da 500gr, il cosiddetto “Tortolone” ovvero un rotolo di pasta che si cuoce in acqua e poi si riempie di pesto o altri condimenti e un magnete del posto per arricchire la nostra collezione). Ah, per la cronaca, il pesto con le trofie l’ho già mangiato, veramente fantastico.
Arrivati sul mare, c’è una scala praticamente infinita che porta ad un’altura da dove si può ammirare tutta la costa e il mare sottostante, davvero faticoso ma anche davvero appagante. A pranzo ero tentato di prendere un fritto misto di mare, ma siccome mi sono ricordato di essere vegetariano, ho preso una focaccia al pesto e una farinata con il gorgonzola. Beh, la focaccia era buona, ma la farinata era commovente.
Alla fin fine tutto molto carino, però ho da fare le seguenti considerazioni: è comunque un posto molto turistico quindi c’è veramente parecchia gente e gli spazi per camminare non sono poi moltissimi; è un paese tutto in salita/discesa, il che vuol dire che per arrivare al mare ci metti un attimo ma dopo una giornata di nuotate e sole, devi farti una salita paurosa (immagino con asciugamani, borse ecc..) e non è esattamente la cosa più comoda. Per motivi che non sto qui a spiegare, ho dovuto fare 2-3 volte l’intera salita e l’intera discesa, avevo la maglia praticamente da strizzare.

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Dopo circa 3 ore passate a Riomaggiore, la nostra destinazione è stata quella di Palazzuolo Sul Senio, dove avremmo soggiornato le seguenti 2 notti, al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna.

Una premessa: questa è la strada che abbiamo fatto noi.. Gli ultimi 30 km sono praticamente una serie infinita di curve su e giu per l’appennino Tosco-Emiliano, un incubo vero e proprio. Arrivati, ci siamo resi conto di essere nel nulla più totale. Un paesino di un migliaio scarso di abitanti, dove la gente va a dormire alle 23 e si sveglia alle 6 di mattina. Tutte le mattine…
…PROPRIO QUELLO CHE DESIDERAVO! Relax totale, non si sentiva un suono, si respirava solamente aria buona.. Immerso nelle montagne. Io personalmente non potevo desiderare di meglio. Il padrone della locanda, il signor Ercole è stato molto gentile e accogliente.. Un po’ meno della moglie che si è intravista una volta in 3 giorni in cucina e basta. Comunque, questa locanda si trova sopra la piazza principale del paese, ed è dotato di piscina e centro benessere. Non mi dilungherò sulle caratteristiche della locanda perchè c’è TripAdvisor per questo.. Quello che posso dire è che ho mangiato veramente benissimo. La cosa che ho gradito di più sono state le Crescentine di Ricotta con Raviggiolo, miele di Tarassaco, salsa ai pomodori e marmellata di Nespole.
Palazzuolo sul Senio si affaccia proprio sul suo fiume, il Senio per l’appunto, e si trova all’interno dell’Appennino Tosco-Emiliano, quindi è circondato dalle montagne. Molto tranquillo, ma davvero troppo isolato. Per poter arrivare al primo centro abitato bisogna fare almeno 20 km. Roba che se stai morendo, puoi morire e basta. Ma fortunatamente nessuno doveva morire, quindi la prima sera è andata liscia, se non per il fatto che data la stanchezza mi sono addormentato sul letto e ho clamorosamente ciccato il mercatino del paese che si svolgeva proprio quella sera.

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13-07-2016 (Palazzuolo sul Senio)

Questa giornata è praticamente passata in questo modo: passeggiata sul fiume, lettura in camera, pranzo, dormita pomeridiana, piscina, cena, lettura in camera, sonno.
Ho capito, ma ero andato li per rilassarmi e riposarmi, poi non è che avessi molta scelta visto che mi trovavo in un borgo sperduto!

14-07-2016 (Palazzuolo sul Senio-Montepulciano-Pienza-Roma)

Si, la giornata successiva è stata molto più movimentata. Abbiamo deciso di partire presto (verso le 10, in realtà avevamo il checkout entro le 12) perchè volevamo passare nella Val D’Orcia a visitare un paio di posti. Stavolta abbiamo optato per un’altra strada, ovvero siamo passati dall’Emilia Romagna, e quindi per Cesena, per poi discendere in Umbria fino a San Sepolcro e tagliare per Arezzo fino a Montepulciano e Pienza).

Non sono riuscito ad allegare la cartina con la strada corretta, questa è quella che propone in automatico Google, in realtà comprende quella serie di curve fatte all’andata e non è quella fatta da noi.
Comunque, la sosta a Montepulciano è stata molto breve: il tempo di entrare in un bar per espletare i nostri bisogni fisiologici e di entrare in un’enoteca per realizzare il mio desiderio di comprare un vino con la V maiuscola. Andando a Pienza invece, ci siamo trovati di fronte un paesino medievale davvero incantevole e sorprendentemente affollato da turisti stranieri. Sapevo che in Toscana era un luogo rinomato, ma non credevo così tanto. E poi francamente i paesaggi della Val D’Orcia sono davvero unici, una miriade di colori, di fiori e di profumi. Il centro storico di Pienza si attraversa completamente a piedi ed è praticamente pervaso da un odore di Pecorino che farebbe venire l’acquolina in bocca a chiunque. Ogni 50 metri una bottega ti proponeva vini e formaggi di tutti i tipi e di tutti i sapori, roba da spenderci uno stipendio.. Cosa che non ho fatto perchè le mie liquidità erano terminate per il resto delle spese. Un’altra cosa molto carina è data dalle tante botteghe artigianali di vestiti e scarpe, con prodotti 100% italiani e davvero ben fatti.
Ma una delle cose che mi ha incuriosito di più è stata la presenza di un bancomat all’entrata di un negozio, come per dire “ora non venire a dirmi che non hai soldi spicci e che devi trovare un bancomat per poter comprare da me”.

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Dopo circa 2 ore e mezza, siamo partiti e siamo tornati a Roma.
Che voto dare all’esperienza.. Diciamo un 8/10. Io sono stato bene, mi sono rilassato soprattutto il secondo giorno, ma i tanti chilometri e la mancata possibilità di muoversi dal paese e visitare qualche altro borghetto mi hanno stancato un po’. Ad ogni modo, posso sicuramente consigliare le Cinque Terre per il paesaggio e per il bellissimo mare e la Val D’Orcia per i prodotti locali e per il belvedere, ma non credo di poter consigliare Palazzuolo sul Senio, a meno che non si decida di voler stare in un posto e non muoversi per nessuna ragione al mondo. Anche in questo caso però, il rischio è annoiarsi dopo un paio di giorni.

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